
Presidi solidali di fine anno sotto le carceri


Durante la mobilitazione in solidarietà alla Sumud Flottilla e contro il genocidio in Palestina la stampa genovese ha dato notizia di un’inchiesta del pm Longo per concorso in devastazione e saccheggio. Per i fatti accaduti durante la manifestazione del 5 maggio 2024 in solidarietà alle 8 persone arrestate fuori dall’ex Latteria Occupata la Procura ha chiesto 26 misure cautelari in carcere, tutte inizialmente respinte dal Gip, poi tramutate in 13 obblighi di dimora con rientro notturno e obbligo di firma, al momento sospesi dal ricorso in Cassazione.
A due giorni dagli arresti, avvenuti il 3 maggio 2024, c’è stato un corteo eterogeneo, partecipato e determinato, contro la violenza delle forze dell’ordine, esercitata in particolare in centro storico per rendere Genova – e i suoi vicoli – una vetrina per turisti, un po’ naif ma comunque ordinata, per ripulirla dal degrado, dagli indesiderati, dai poveri, da chi non si adegua, con taser, telecamere e arresti.
Quella manifestazione di solidarietà alle persone arrestate (dopo qualche giorno scarcerate con l’obbligo di firma) è oggi sotto inchiesta per le pratiche di rottura messe in atto: diverse telecamere e alcune banche danneggiate, scritte murarie – ciascuna delle quali ha avuto la propria agibilità, senza nessuna presa di distanza.
Se il tentativo di applicare il reato di concorso in devastazione e saccheggio ha già incontrato due pareri negativi in sede di valutazione delle misure cautelari, rimane comunque grave e indicativa dei tempi la scelta della tipologia di reato. Ma si tratta di una scelta che conferma l’andamento repressivo di diverse procure del bel paese. Genova non è la sola: i casi recenti di Torino e Catania testimoniano il tentativo di accusare di concorso in devastazione e saccheggio chi partecipa a manifestazioni non pacificate, che non cercano compromessi con la Questura, a volte autodifese, o che semplicemente fuoriescono dai canoni del consentito e esprimono rabbia verso il sistema politico ed economico che ci vorrebbe carne da macello o agnelli indifesi, succubi di una violenza subita ma mai restituita.
Si vuole utilizzare questo reato per pacificare le piazze, renderle innocue, creare paura diffusa nel trovarsi in contesti conflittuali e fissare il limite del consentito. L’accusa di devastazione e saccheggio – che prevede una pena da 8 a 20 anni – è l’accusa più grave contenuta nel codice penale per le manifestazioni di piazza. È un’accusa che vuole di fatto depoliticizzare le pratiche messe in campo riducendole ad un problema di ordine pubblico, individuando un gruppo specifico come principale artefice dei danneggiamenti e imbrattamenti, interpretati in modo discrezionale come funzionali a produrre terrore e paura in città – appunto devastandola e saccheggiandola. L’obiettivo di un così disinvolto utilizzo di questo reato è stigmatizzare le pratiche di rottura del quotidiano, nel tentativo di farle diventare nemmeno immaginabili, pensabili, insomma porle fuori dalla nostra cassetta degli attrezzi proprio in un periodo in cui la rabbia sociale ha ottime ragioni per esplodere, tra guerre, genocidi, riarmo e carovita. Questa la ragion di Stato.
Quanto accaduto alla manifestazione del 5 maggio 2024 è il segno della solidarietà agli arresti dei giorni precedenti, solidarietà che oggi vorrebbero colpire con l’attuale indagine. E proprio a questo tentativo noi dobbiamo opporci, esprimendo ancora solidarietà alle persone accusate di questo reato e continuando a scendere in piazza con le nostre pratiche, sapendo bene che la vera violenza la esercitano lo Stato e le sue guardie e che la violenza dell’oppresso non è mai paragonabile a quella dell’oppressore. Non solo per prospettiva politica ma anche per necessità di vita.
Libreria occupata adespotos
Assemblea contro la guerra e la repressione



Riceviamo e diffondiamo
Il 2 novembre 2025 è iniziato lo sciopero della fame dei prigionieri e delle prigioniere di Palestine Action rinchiusi nelle carceri britanniche. Palestine Action è un gruppo britannico di attivisti e attiviste che lottano contro il genocidio in Palestina, colpendo direttamente attraverso blocchi, danneggiamenti e sabotaggi la Elbit systems UK – colosso dell’industria militare israeliana, principale responsabile dello sterminio del popolo palestinese – e tutto il suo indotto (dalle assicurazioni alle banche) – ma non solo come il danneggiamento di due aerei militari presso la base RAF di Brize Norton, utilizzata per le operazioni militari a Gaza e in tutto il Medio Oriente. Grazie a queste azioni la Elbit ha subito milioni di danni tanto da chiudere alcune sue sedi in Inghilterra.
La lotta di Palestine Action ha messo in evidenza come il sistema coloniale israeliano come del resto la guerra hanno le loro radici produttive, e non solo, in Europa e in Occidente, che il colonialismo di insediamento è elemento fondante dell’Occidente e gli stati occidentali sono parte del sistema economico, sociale e politico che porta avanti la distruzione della Palestina ma soprattutto che, se la guerra parte da qui, è da qui che la si può e deve fermare. Vogliamo ricordare per inciso che la Elbit system ha un accordo di collaborazione con lo stato italiano e la Leonardo per 49 miliardi di euro per la realizzazione di un grande centro di formazione ed addestramento dei piloti di elicottero delle forze armate italiane e straniere (Rotary Wing Mission Training Center – Rwmtc) che sorgerà nella base militare di Luni (SP).
Su pressione di Elbit e di Israele, a luglio 2025, Palestine Action è stata messa al bando come “gruppo terroristico”. Con questo sciopero della fame i prigionieri, riuniti nel collettivo “Prisoners for Palestine” chiedono, fra le altre, la chiusura degli stabilimenti Elbit nel Regno Unito e la revoca della messa al bando del gruppo e la fine dell’utilizzo della legislazione antiterrorismo contro chi si oppone al genocidio.
L’organizzazione che sta supportando legalmente e pubblicamente lo sciopero, la CAGE International, infatti sottolinea che “l’incarcerazione di attivisti in base a poteri antiterrorismo non è un abuso della legge, ma piuttosto è lo scopo per cui queste leggi sono state create. L’antiterrorismo è sempre stato uno strumento per mettere a tacere il dissenso e criminalizzare coloro che sfidano la violenza dello Stato”e in questo caso specifico chi si oppone al genocidio. Il caso di Anan Yaeesh – rinchiuso ad oggi nel carcere di Melfi- di Ali Irar e di Mansour Doghmosh, accusati, dallo Stato italiano, di terrorismo per aver partecipato e/o supportato la resistenza palestinese ne è uno esempio in Italia. Come lo è anche il (futuro) DDl Gasparri con l’equiparazione antisionismo/ antisemitismo. Ma il popolo palestinese con la sua resistenza ci ha insegnato qual è la parte giusta della storia e che è possibile interrompere e opporsi ai meccanismi di colonizzazione e distruzione, vincendo.
Ricordiamo che sono sei le persone attualmente in sciopero nel Regno Unito (Qesser Zuhrah, Amu Gib, Heba Muraisi, Jon Cink, THoxha e Kamran Ahmed), ad esse si è aggiunto un compagno anarchico – Luca Dolce detto Stecco – prigioniero nel carcere di Sanremo e un compagno americano Jakhi McCray.
VOGLIAMO ESPRIMERE TUTTA LA NOSTRA SOLIDARIETÀ AI PRIGIONIERI E ALLE PRIGIONIERE IN LOTTA E IN SCIOPERO DELLA FAME E AD ANAN, ALI E MANSOUR.
PALESTINA LIBERA!